Picchiatello, Jerry Lewis e Carletto, il suo doppiatore Carlo Romano di Roberto Uggeri

    La felicità non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare ad essere felici senza”.    Jerry Lewis.

Curioso l’abbia detto un comico. Non uno qualsiasi. Bensì la “maschera” che ha fatto ridere intere generazioni. Ma il punto è proprio questo: indossava il “trucco del clown”. Il pubblico vuole divertirsi. Quando va al cinema paga il biglietto per passare un’ora e mezza distraendosi. Quasi nessuno immagina i tormenti che si nascondono dietro un sorriso. Del resto Charlie Chaplin quando toglieva baffi e cappello non era più Charlot. Stanlio e Ollio vissero travagli personali, intricati quanto una matassa aggrovigliata, nella loro complicatissima quotidianità. Quando uscivano dallo schermo e tornavano ad essere Stan Laurel e Oliver Hardy cominciavano i guai.

Allo stesso modo non ci si può aspettare che Jerry Lewis fosse sempre lo spensierato “Picchiatello”, il suo personaggio più fortunato e noto. Non a caso ripeteva spesso: “Bisogna essere matti per fare il comico”. Quella vena di amara follia l’aveva messa nelle sue interpretazioni. Aveva cominciato piccolissimo, quando si era accorto che la gente rideva alle sue smorfie. Non aveva smesso più. Forse anche un po’ prigioniero dello stereotipo artistico che lo voleva camaleontico e, al tempo stesso, goffo, impacciato, a tratti disarticolato, scomposto nei movimenti, a fianco del seducente Dean Martin, al secolo Dino Crocetti, di chiare origini italiane. I due costituirono una coppia unica, una “macchina comica” perfetta, eguagliata, forse, solo da Walter Matthau e Jack Lemmon. Voce ruvida e nasale Jerry Lewis. Robusto e di “velluto” il timbro del suo collega in tante pellicole. Ecco, le voci! In Italia abbiamo imparato a conoscere e ad amare Lewis e Martin con quelle di Carlo Romano e Gualtiero De Angelis, salvo rare eccezioni. Ma restando su Jerry Lewis e Carlo Romano, “volto” e “voce”, per uno strano gioco del destino, erano entrambi figli d’arte. Jerry Lewis era nato a Newark, nel New Jersey, il 16 marzo del 1926, da Daniel Levitch, questo era il suo vero cognome. Respirò, da subito, l’aria del vaudeville, del quale il padre era un attore di spicco. La madre, invece, si chiamava Rachel Brodsky. I genitori erano immigrati russi di origine ebraica. Così Jerry trascorse l’infanzia girando piccoli teatri di provincia ed esordì in palcoscenico nel 1931. Aveva cinque anni. Alla stessa età, ma nel 1913, debuttò, al Teatro Minimo di Trieste, la sua voce italiana, Carlo Romano, detto Carletto per l’innata simpatia e la bonaria cordialità. Figlio di Giuseppe e dell’attrice Geltrude Ricci, nota con il nome d’arte di Dina Romano, si mise in luce per la versatilità istrionica delle sue interpretazioni.

Jerry Lewis “molleggiato” col corpo; non a caso, nel nostro Paese, si meritò quello stesso appellativo un giovanissimo Adriano Celentano che si ispirò alle sue movenze. Altrettanto duttile, ma con le corde vocali, il suo doppiatore italiano che ci regalerà altri “caratteri” indimenticabili: Lou Costello, il Pinotto spassoso che fece celeberrima coppia con Bob “Gianni” Abbott; “Don Camillo” Fernandel, sempre pronto a litigare con Gino “Peppone” Cervi, nelle storie sulle rive del Po, firmate dall’immenso Guareschi; poi ancora, Alfred Hitchcock, nelle introduzioni dei gialli che realizzò per la tv; quell’altro gigante della comicità americana che fu Bob Hope o Tuco Ramìrez – Eli Wallach, nel capolavoro di Sergio Leone “Il buono, il brutto, il cattivo”. La lista potrebbe allungarsi parecchio. Carlo Romano doppiò anche molti italiani! In quegli anni accadeva spesso. Tra questi Riccardo Garrone e Ugo Tognazzi, ai loro esordi.

Le espressioni plastiche di Jerry Lewis. La parola funambolica di Carlo Romano. Difficile per noi, pubblico italiano, dire dove cominciasse o finisse la grandezza dell’uno o dell’altro. Forse anche esercizio sterile. Erano sicuramente complementari. L’amalgama di due talenti infiniti. Senza dimenticare che Carletto Romano non fu solo doppiatore ma anche attore di vaglia, al cinema e in televisione, oltre che nel teatro brillante di rivista. Recitò in una sessantina di film, tra il 1932 e il 1974. Collaborò alla stesura di una dozzina di soggetti e sceneggiature. Non pago, partecipò anche a numerosi programmi radiofonici di successo. Al punto che, pur avendo diciotto anni in più di Jerry Lewis, fu chiamato a dargli voce in tutti i titoli principali e, quando scomparve, nel 1975, fu necessario “scomodare” i più grandi del doppiaggio per sostituirlo, da Oreste Lionello, passando per Manlio De Angelis, fino a Cesare Barbetti, cioè nientemeno che le voci di Woody Allen, Richard Dreyfuss e Robert Redford. Giusto per capirci.

Se Carlo fu il nonno di Luca Ward, altra voce formidabile del grande schermo, capace di far sognare con la sua impronta pastosa, Jerry fu il nonno di tutti, poiché ciascuno di noi è cresciuto con i suoi film e le sue gag esilaranti.

Graffianti e surreali fanno parte della nostra memoria comune. Se ne sono andati a più di quarant’anni di distanza l’uno dall’altro: Carletto Romano il 16 ottobre 1975; Jerry Lewis il 20 agosto 2017. Pochi giorni fa. Ci piace immaginarli mentre si danno di gomito. Ammiccano. Si strizzano l’occhio. Si fanno le smorfie.

Jerry e Carletto ora ridono insieme.