Una colonna internazionale, costituita da musica ed effetti della copia originale  del film, a cui è aggiunta, meglio dire mixata, la colonna o le colonne dialoghi con le voci italiane degli attori stranieri: questo è il doppiaggio.

Difficile da definire. Necessità, arte, mestiere, sicuramente un percorso complesso e sfaccettato che si deve confrontare con gli ostacoli della trasposizione, destinato fin dai suoi esordi ad incappare in impedimenti, manipolazioni e polemiche, periodi di splendore e momenti bui.

Più o meno amato, più o meno odiato, per molto tempo dimenticato, relegato nella memoria di pochi appassionati e nel paziente  lavoro dei vari professionisti artigiani chiusi nelle oscure ed ermetiche sale d’incisione. Ed ora…

PEZZI DI STORIA

Giovanna Scotto

Giovanna Scotto

Una serata al cinema in una città d’Italia alla fine degli anni venti del Novecento. Sullo schermo scorre un film in bianco e nero, muto, proiettato con l’accompagnamento di un’orchestrina.

Bastava un pianoforte per lo spettacolo del pomeriggio, ma il commento musicale non doveva mancare, era fondamentale nel periodo pre-sonoro. E fu l’inizio di tutto.

Poi furono creati i macchinari capaci di riprodurre alcuni rumori come il rombo degli aeroplani, le raffiche di mitragliatrice. Questi apparecchi cominciarono a essere presenti nelle sale cinematografiche. La Grande Parata fu il primo esempio di amalgama di immagini e rumori. Fu, in seguito la volta delle canzoni composte ad hoc, interpretate al cantante, dal vivo, sotto il grande schermo. Il passaggio al sonoro era imminente. Il primo film sonoro, Il cantante di Jazz, fu presentato a Roma il 19 aprile 1929, ad un anno e mezzo di distanza della prima mondiale di New York.

Nel frattempo in Italia si continuava a presentare  le pellicole in edizioni mute. Si sperimentò anche anche l’accoppiata macchina di proiezione e grammofono per i dischi. Apparvero le didascalie, colpevoli i aver creato i cosiddetti film “letti”, per la grande quantità di parole che affollavano le inquadrature.

Ad incrementare il ritardo nel processo di metabolizzazione del sonoro in Italia, che si completerà solo nel 1938, intervenne pure il divieto, nell’ottobre del ’30 di usare parole straniere, previo il taglio della scena.

L’empasse della cinematografia pose in crisi le major americane che tentarono la via delle versioni plurime dello stesso film; famosi gli studi francesi di Joinville dove girava la Paramount.

Rina-Morelli

Rina Morelli

Per le edizioni italiane scelsero attori italo-americani con evidente accento dovuto ai molti anni di permanenza in America. L’esasperazione  di tale particolarità linguistica creò il caso Laurel&Hardy/Stanlio e Ollio.

I costi esorbitanti ed insostenibili necessari per produrre una stessa pellicola in almeno cinque lingue (lo stesso film era girato con cast diversi in francese, spagnolo, tedesco e italiano oltrechè in inglese) spalancarono la porta al miracolo del “doppiato”.

Inizialmente il doppiaggio, nel ’30 e nel ’31 era eseguito in America con direttori artistici  e attori italiani, scritturati in Italia o di passaggio in America. Nel ’33 un Decreto Regio impose la circolazione  solo  di pellicole doppiate in Italia e le case cinematografiche americane dovettero adattarsi all’attività della Cines-Pittaluga italiana, con direzione artistica del regista Mario Almirante, nata nel ’32.

Fu così che emersero le voci dei pionieri del doppiaggio: Andreina Pagnani, Tina Lattanzi, Gero Zambuto, Olinto Cristina. Essi divennero ben presto i protagonisti della grande stagione a cui condussero il doppiaggio  italiano insieme a Emilio Cigoli, Rina Morelli, Giulio Panicali, Lauro Gazzolo, Carlo Romano, Lidia Simoneschi, Gualtiero De Angelis e molte altre indimenticabili voci.

Il settore godette anche di un ampio interesse da parte dei critici che non tralasciavano di esprimere pareri favorevoli, o contrari, alla qualità della versione  italiana nelle loro recensioni.

Sopraggiunse il conflitto mondiale ed inevitabilmente si chiuse l’epoca d’oro. Si tornò a doppiare negli Stati Uniti in attesa della lente ripresa post-bellica in cui molti degli attori doppiatori si uniranno nella Cooperativa Doppiatori Cinematografici, la C.D.C. in piena attività ancor oggi. Essa annovera le voci celebri dei divi e delle dive di Hollywood. Negli anni ’40 e soprattutto ’50 il sincronismo sistematicamente applicato anche ai film nazionali, girati non utilizzando la presa diretta, originò la piaga delle voci in prestito: visi di attori italiani che ci “ingannavano” con performance verbali appartenenti ad altri.

Il prorompente ingresso del piccolo schermo nella nostra quotidianità ha ampliato la domanda della committenza in termini di prodotto doppiato, ma ha generato anche una situazione di abbassamento della qualità, soprattutto con l’avvento delle televisioni private e l’infarcimento dei palinsesti con innumerevoli telefilm e serialità a lunga durata. Le società di doppiaggio hanno dovuto affrontare la richiesta di lavorazione in tempi brevissimi ed a basso costo, con conseguente peggioramento degli standard qualitativi.

La varietà dei prodotti audiovisivi per cui è necessario il doppiaggio si è dilatata, mentre si è compressa, negli ultimi anni  con l’incedere della fiction indigena, la domanda generale.

Il livello è ormai tale da rendere precaria l’esistenza delle piccole società che si occupano di post-produzione, per usare il termine più attuale. In passato Clark Gable, Yul Brynner, John Wayne, Gregory Peck, Charlton  Heston ci parlavano allo schermo con la stessa voce, quella di Emilio Cigoli. Oggi, dopo la scomparsa  i Amendola riconoscibile  dietro i volti di De Niro, Sylvester Stallone, ci rammarichiamo al contrario, che gli attori siano sempre meno identificabili dalle voci dei loro doppiatori. Cambiano spesso per ogni film, tranne in rari casi.

Prima Fila

da Primafila n. 82 marzo 2002
Monografia a cura di Tiziana Voarino
La voce nell’ombra